Aitor Alonso ha 45 anni, vive con una rara malattia che gli provoca dolore continuo e sta percorrendo oltre 130 chilometri del Cammino di Santiago con le stampelle. È partito da Triacastela insieme alla compagna con un doppio obiettivo: dare visibilità alla sindrome di Sudeck e mantenere una promessa fatta a un amico morto anni fa.
Il Cammino di Santiago è pieno di storie di resistenza, amicizia e promesse. Quella di Aitor Alonso riunisce tutte e tre.
Originario dei Paesi Baschi e residente a Huelva, convive dal 2017 con la sindrome di Sudeck, una patologia rara che gli provoca un dolore intenso e permanente. La malattia è comparsa dopo un intervento al calcagno e, con il tempo, il problema si è esteso dal piede destro al ginocchio e alla schiena.
Oggi cammina con le stampelle e deve convivere ogni giorno con un dolore costante.
Eppure ha deciso di tornare sul Cammino.
Oltre 130 chilometri con le stampelle
Aitor e la sua compagna sono partiti da Triacastela, in Galizia, con l’intenzione di raggiungere la Praza do Obradoiro dopo più di 130 chilometri.
La previsione è arrivare a Santiago domenica.
Camminare con le stampelle significa concentrare gran parte dello sforzo sulle braccia, sui pettorali e sulla gamba sinistra. Dopo le prime tappe, la fatica ha iniziato a farsi sentire.
Per evitare vesciche sulle mani, Aitor protegge le impugnature delle stampelle con una tecnica simile a quella utilizzata dai giocatori di pelota basca.
Un dolore che non si ferma
La sindrome di Sudeck condiziona ogni momento della sua vita.
Aitor assume numerosi farmaci ogni giorno e utilizza anche un neurostimolatore midollare, che considera fondamentale per riuscire a convivere con il dolore.
Racconta che perfino il contatto di un lenzuolo può diventare fastidioso e che l’umidità o i cambiamenti del tempo peggiorano ulteriormente i sintomi.
Sul Cammino, proprio l’umidità galiziana rappresenta una difficoltà in più.
Nonostante tutto, continua a camminare.
La tappa più dura
Uno dei momenti più difficili è stato il tratto tra Portomarín e Airexe.
Circa 18 chilometri caratterizzati da una lunga salita che, con le stampelle, ha richiesto uno sforzo enorme.
È in situazioni come questa che il Cammino cambia completamente significato.
Per molti pellegrini una salita è semplicemente una parte della tappa.
Per Aitor ogni metro richiede una gestione precisa del dolore, dell’equilibrio e della forza.
Far conoscere una malattia rara
La sfida ha anche un obiettivo pubblico.
Aitor vuole dare maggiore visibilità alla sindrome di Sudeck e chiede che venga creato un registro delle persone colpite dalla malattia.
Secondo quanto racconta, oggi non esiste una cifra chiara sul numero reale dei pazienti.
Chiede anche più ricerca.
Il suo messaggio è semplice: forse alcune soluzioni arriveranno troppo tardi per lui, ma potrebbero evitare ad altre persone di vivere la stessa sofferenza.
Il Cammino gli sta permettendo di parlare della malattia con molte persone.
I pellegrini che lo incontrano gli fanno domande, si interessano alla sua storia e spesso gli mostrano ammirazione.
Quelle parole, racconta, gli danno forza per continuare.
Non è la prima volta che passa da qui
Ma dietro questo viaggio c’è anche una storia molto più personale.
Aitor aveva già percorso lo stesso itinerario nel 2008 insieme al suo amico Fernando.
Cinque anni dopo, nel 2013, Fernando morì a causa di un cancro.
Prima di morire gli fece una richiesta: tornare un giorno a percorrere quel Cammino.
Aitor non ha dimenticato quella promessa.

Dormire negli stessi luoghi
Ora sta ripetendo il viaggio cercando persino di fermarsi nelle stesse località dove lui e Fernando avevano trascorso la notte nel 2008.
Questo rende ogni tappa qualcosa di più di un semplice percorso verso Santiago.
Un paese.
Un albergue.
Una strada.
Un dettaglio del paesaggio.
Tutto può riportare alla memoria un momento condiviso quasi vent’anni fa.
Il viaggio diventa così un dialogo con il passato.
Una promessa mantenuta passo dopo passo
Aitor non cammina per dimostrare che il dolore non esiste.
Al contrario.
Il dolore è presente in ogni tappa.
La forza della sua storia sta proprio qui: continua nonostante quel dolore.
Non cerca di trasformare la malattia in qualcosa di romantico. Vuole renderla visibile.
E allo stesso tempo sta facendo ciò che aveva promesso a un amico.
Tornare sul Cammino.
Ripercorrere quelle strade.
E arrivare ancora una volta a Santiago.
Il Cammino come memoria
Ci sono pellegrini che arrivano al Cammino cercando una risposta.
Altri arrivano per iniziare qualcosa.
Aitor Alonso sta camminando anche per ricordare.
Ogni chilometro riporta alla luce episodi del viaggio fatto con Fernando.
E questa volta, accanto a lui, c’è la sua compagna.
Il passato e il presente avanzano insieme verso Compostela.
Quando arrivare è molto più che raggiungere Santiago
Se tutto procede secondo il programma, domenica Aitor raggiungerà l’Obradoiro.
Saranno oltre 130 chilometri percorsi con le stampelle.
Ma la distanza racconta solo una parte della storia.
Dietro quei chilometri ci sono una malattia rara, anni di dolore, la richiesta di maggiore ricerca, una promessa e il ricordo di un amico.
Sul Cammino si dice spesso che ogni pellegrino porta nello zaino qualcosa che non si vede.
Nel caso di Aitor, quella frase assume un significato molto concreto.
E quando entrerà nella Praza do Obradoiro, non avrà semplicemente completato una tappa.
Avrà mantenuto una promessa.
















